La memoria nei passi di tutti: le pietre d’inciampo.

La memoria nei passi di tutti: le pietre d’inciampo.

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Redazione Babel

Redazione Babel

03 aprile 2025

/ di Kristel Kapidani e Francesca Luciani

Le pietre d’inciampo - Stolpersteine - sono un'iniziativa di Gunter Demnig, un artista tedesco, nata con lo scopo di ricordare ogni vittima che sia stata perseguitata in qualunque modo e per qualunque motivo dal Nazional-Socialismo. Dal 2021, anche la città di Bergamo ne ospita alcune.

Le pietre d’inciampo sono dei piccoli blocchi ricoperti di ottone lucente. Vengono poste davanti alla porta della casa dove ha avuto l'ultima residenza un deportato dei campi di sterminio e riportano il suo nome, l’anno di nascita, il giorno e il luogo della deportazione, la data della morte.

Il concetto di pietra d’inciampo non è propriamente fisico, ma visivo e mentale, sottolineando l’importanza di riflettere, anche solo un momento, per non dimenticare gli orrori e le ingiustizie che sono stati imposti a milioni di persone.

Vogliamo raccontare e riportare alla memoria le storie di due delle famiglie a cui sono dedicate delle pietre d’inciampo a Bergamo: la famiglia Sonnino e la famiglia Levi-Tedeschi.


La famiglia Sonnino

La famiglia Sonnino, di origine ebraica, ha una storia profondamente legata alla città di Bergamo, dove si stabilisce all’inizio degli anni Venti del Novecento. Il capofamiglia, Amleto Sonnino, nato a Livorno nel 1873, si sposa una prima volta con Argia Suggi, dalla quale ha un figlio, Pilade. Dopo la morte della moglie, Amleto si risposa con Bella Marianna Ortona e nel 1904 nasce Ilda, a Genova.


La famiglia si occupa di commercio tessile, attività che porta i Sonnino a spostarsi frequentemente. Dopo varie tappe, si stabiliscono definitivamente a Bergamo, dove aprono un negozio nel centro cittadino e risiedono in Borgo San Leonardo, in via San Bernardino. Qui Pilade, ebreo non praticante, conosce e sposa Luigia Caspis, una cattolica bergamasca. Dal loro matrimonio nasce Argia, che viene battezzata di nascosto dalla madre.

Nel 1938, con la promulgazione delle leggi razziali, i Sonnino vengono censiti come cittadini di "razza ebraica" e subiscono le prime discriminazioni. Ilda, che lavora presso la Gioventù Italiana del Littorio, è costretta a lasciare il suo impiego. La famiglia, da sempre contraria al regime fascista, manifesta apertamente il proprio dissenso.


Con l’occupazione nazista e la nascita della Repubblica Sociale Italiana nel 1943 inizia la fase più drammatica della persecuzione. Nel febbraio 1944, Bella Marianna Ortona e Ilda Sonnino vengono arrestate e rinchiuse nel carcere di Sant'Agata, per poi essere deportate nel campo di transito di Fossoli. Il 5 aprile 1944 vengono caricate su un convoglio diretto ad Auschwitz. All’arrivo, Bella, settantenne, viene subito mandata nelle camere a gas. Ilda invece supera la selezione ed è immatricolata con il numero 76841. Nel gennaio 1945, mentre il campo sta per essere liberato, viene costretta alle terribili "marce della morte" e trasferita a Bergen-Belsen, dove muore di stenti poco prima della fine della guerra.

Pilade Sonnino, arrestato a Nossa il 17 agosto 1944 per attività antifascista, viene incarcerato a Sant’Agata e poi trasferito nei campi di Bolzano e Mauthausen. Nonostante la speranza espressa nelle lettere inviate alla famiglia, muore pochi giorni prima della liberazione del campo.

Amleto Sonnino, troppo anziano per essere deportato, riesce a sopravvivere alla guerra e si spegne a Bergamo nel 1947.


La storia della famiglia Sonnino è una testimonianza dolorosa di come il razzismo e l’odio abbiano travolto anche le vite di chi, fino a pochi anni prima, viveva integrato nella società. Ricordare la loro vicenda è un dovere per evitare che simili tragedie possano ripetersi.


La famiglia Levi-Tedeschi

Guido Levi, farmacista, nasce a Modena, ma insieme alla moglie Emma Bianca Tedeschi risiede ad Ambivere, in provincia di Bergamo. Con loro vivono le figlie, Clara Nora e Laura, le sorelle di Guido, Elda e Lia Marta, e la sorella di Emma Bianca, Ada Tedeschi.

Nonostante professassero la religione cattolica, la famiglia aveva origini ebraiche; Guido era addirittura iscritto al Partito Fascista e si definiva patriota. Questo non riuscì però a salvarli dalle leggi razziali, a causa delle quali persero la loro farmacia, che rappresentava l’unica fonte di sostentamento economico.

Guido Levi si ammalò gravemente, perdendo entrambe le gambe, ma prima di morire non lasciò le donne della sua famiglia impreparate a quello che sarebbe successo: essendo un uomo colto, aveva infatti già compreso le sorti che avrebbero avuto gli ebrei in Italia e aveva quindi avvisato i vicini e gli amici di proteggerle in caso di necessità.

Ciononostante, il primo dicembre 1943 le donne della famiglia Levi furono arrestate nella loro casa ad Ambivere e vennero deportate prima al campo di smistamento di Fossoli e in seguito ad Auschwitz. All’arrivo al campo di sterminio Ada Tedeschi fu uccisa, il 10 Aprile 1944, a causa della selezione per decidere chi sarebbe stato in grado di lavorare, una fine condivisa anche da Emma Bianca e dalle sorelle di Guido, decedute in luogo e data sconosciuti.

Nello scritto autobiografico “Laura Levi e le sue memorie” l’autrice, figlia di Guido, racconta le condizioni disumane del campo: la rasatura all’arrivo, la doccia obbligata, l'abbigliamento inadeguato, i lavori forzati, le marce mattutine per ridicolizzare i prigionieri, gli esperimenti sulle persone, la crudeltà delle guardie.

Laura, Clara e Nora dovettero fronteggiare numerose difficoltà ed ingiustizie ad una giovane ed inadatta età, soffrendo la fame, il freddo, le numerose percosse e i traumi sia fisici che mentali/psicologici.

Sappiamo che la sopravvivenza delle sorelle è stata messa a rischio molteplici volte: Clara aveva riportato numerose ferite e ossa rotte alle gambe a causa di un incidente durante i lavori forzati, mentre Laura era stata selezionata per le camere a gas a causa di una polmonite, ma era riuscita a scampare alla morte certa grazie a un’infermiera che l’aveva presa in simpatia e l’aveva salvata permettendole di fare un lavoro più sicuro, separandosi però dalle sorelle.

Durante la liberazione forzata dei campi ordinata dai tedeschi purtroppo Clara e Nora non riuscirono a resistere alle condizioni invivibili della “marcia” e morirono per la malnutrizione, i traumi fisici, la crudeltà dei soldati. Laura riuscì a sopravvivere perché non partecipò alla fuga dal campo dettata dai tedeschi, ma rimase nel lager a causa delle sue condizioni fisiche gravi che non le avrebbero permesso di unirsi alla marcia mortale nella neve a cui erano invece state costrette le sue sorelle.

Il 27 gennaio 1945 Laura venne liberata dai russi e tornò in Italia, dove venne assistita e aiutata e divenne una delle maggiori testimoni degli orrori e delle ingiustizie avvenute nei campi di sterminio, anche grazie al già citato libro “Laura Levi e le sue memorie”. Laura è riuscita a diventare professoressa alla scuola di suore del Sacro Cuore, dove ha insegnato fino al 1948. E’ morta, nel silenzio più assoluto, il 10 gennaio 1984, dopo una vita di lotte, ingiustizie e dolore.



Un gesto semplice, un dovere di tutti

In occasione del Giorno della Memoria, Luciana Littizzetto ha condiviso una toccante fotografia che ritrae un'anziana signora, appoggiata a un deambulatore, intenta a lucidare, come fa ogni 27 gennaio, una pietra d'inciampo nel centro di Torino. Dovremmo tutti seguire il suo esempio: prenderci cura del passato per costruire un futuro più giusto, a partire da piccoli ma significativi atti quotidiani che non permettano al tempo di cancellare la memoria.

Ricordare significa impedire che l'orrore si ripeta. Oggi, le pietre d’inciampo sparse nelle nostre città ci invitano a fermarci, a chinare lo sguardo e a riflettere su chi siamo e su chi siamo stati. A Bergamo, le storie della famiglia Sonnino e della famiglia Levi-Tedeschi sono due delle tante che meritano di essere raccontate, non solo il Giorno della Memoria, ma ogni giorno dell'anno, affinché il ricordo diventi impegno e la memoria coscienza collettiva.




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